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L'anosognosia ei deliri nella malattia di Alzheimer. Ad Unimore 1,2 milioni dall'Europa per potenziare la ricerca

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Come può il cervello umano, anche quando è affetto da malattie neurodegenerative come quella di Alzheimer, essere in grado di dar forma a convinzioni false e a volte deliranti, comunque molto complesse e ben strutturate da un punto di vista cognitivo?

È su questi sintomi che verte il progetto di ricerca dal titolo “Anosognosia and delusions in the diseased brain”, vincitore di un sostanzioso finanziamento di oltre 1 milione e 200 mila euro da parte dell’European Research Council, sezione Starting Grant: un risultato di particolare prestigio, considerando che nel nostro Paese solo 28 progetti di ricerca sono stati giudicati meritevoli di finanziamento.

La ideatrice e Principal Investigator del progetto, nonché vincitrice del finanziamento, è Giovanna Zamboni, Professore Associato di Neurologia presso il Dipartimento di Scienze Biomediche Metaboliche e Neuroscienze dell’Università di Modena e Reggio Emilia e neurologa presso l’Azienda Ospedaliero-Universitaria di Modena.

Una componente fondamentale della coscienza umana è la capacità di riflettere ed essere consapevoli di noi stessi e di ciò che ci circonda. In alcune malattie neurologiche come la malattia di Alzheimer questa consapevolezza progressivamente svanisce, con conseguenze drammatiche per la persona affetta e chi le è vicino. Molte persone colpite da malattia di Alzheimer sono convinte di non avere alcun disturbo cognitivo, e di conseguenza rifiutano ogni aiuto e ogni cura.

Questa mancata consapevolezza, con la convinzione di non avere disturbi neurologici, è essa stessa un sintomo neurologico: in termini medici viene indicato come anosognosia. In altri casi viene a mancare il senso stesso della realtà, e la persona sviluppa vere e proprie convinzioni deliranti, come per esempio i deliri di gelosia o i deliri di furto o persecuzione.

“La domanda fondamentale – afferma la Prof.ssa Giovanna Zamboni – a cui io ed i miei colleghi e collaboratori cercheremo di rispondere con questo progetto di ricerca clinica è la seguente: > Studio l’anosognosia da molto tempo. Dal mio punto di vista di ricercatrice e neurologa credo che uno dei principali limiti nella comprensione di questo sintomo è che sia stato interpretato come la perdita di una funzione precedentemente normale secondaria alla malattia, trascurando la complessità di un sistema come il cervello e il ruolo dell’interazione del danno indotto dalla malattia con le caratteristiche individuali preesistenti. Oggi gli avanzamenti tecnologici nell’ambito del neuroimaging ci consentono finalmente di studiare la risposta del cervello al danno in un modo nuovo, che tenga della complessità di queste interazioni.”

Tramite questo finanziamento sarà possibile continuare, ampliare e potenziare il lavoro di ricerca sulle demenze, nel quale vengono utilizzate tecniche di neuroimaging avanzate basate sulla risonanza magnetica, in combinazione con una fine caratterizzazione clinica, neuropsicologica e basata sulla misurazione di marcatori bioumorali, per studiare i cambiamenti cerebrali che si verificano nelle malattie neurodegenerative che conducono a demenza, con l’obiettivo di identificare quelli che si verificano più precocemente o che possono essere modificati con trattamenti mirati.

“Confido – conclude la Prof.ssa Zamboni – che il nostro lavoro renda più concreta e vicina la possibilità che questi sintomi possano un giorno essere meglio curati con specifici trattamenti farmacologici, ed anche prevenuti mediante interventi sullo stile di vita.”

Giovanna Zamboni (foto) nel 2002 si è laureata in Medicina e Chirurgia presso l’Università di Modena e Reggio Emilia con una tesi in Neurologia (relatore Prof Paolo Nichelli), dove si è specializzata in Neurologia nel 2007. Ha lavorato come ricercatrice nell’ambito delle Neuroscienze Cognitive dal 2006 al 2008 negli Stati Uniti (National Institutes of Health – NIH, Bethesda, MD) e successivamente (dal 2008 al 2015) presso l’Università di Oxford. Ad Oxford, nel 2013, ha completato un dottorato di ricerca. Nel 2016 è tornata all’Università di Modena e Reggio Emilia, prima come ricercatrice e, dal 2019 come Professore Associato. Vive a Reggio Emilia (dove è nata) con il marito e i loro due bambini, Giovanni e Maddalena.

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