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Cloud, chi critica e perché Microsoft in Europa

L'aziende europee del cloud lanciano un allarme: Microsoft non dovrebbe evitare la repressione digitale del Dma
Le società del cloud europee hanno esortato Margrethe Vestager, commissaria antitrust dell’Ue, a far rientrare i fornitori di software aziendali come Microsoft, Oracle e Sap nell’ambito di applicazione del Dma

L’aziende europee del cloud lanciano un allarme: Microsoft non dovrebbe evitare la repressione digitale.

Titola così Bloomberg, riportando la notizia dell’appello lanciato da 41 aziende cloud provider europee.

In una lettera aperta inviata a inizio settimana al commissario per la concorrenza Margrethe Vestager, 41 membri di Cispe, (l’associazione europea che riunisce le società del cloud computing), hanno chiesto urgentemente un chiarimento sul progetto di legge sui mercati digitali Digital Markets Act (Dma).

Le società europee esortano l’esecutivo Ue a garantire che il software aziendale (come quello fornito da Microsoft) rientrino chiaramente nell’ambito di applicazione del regolamento.

“Oggi è essenziale che il Dma includa rimedi chiari per fermare le pratiche sleali da parte dei gatekeeper del software. Piccoli chiarimenti sono tutto ciò che serve per chiudere questa lacuna critica” si legge nella missiva.

E non è la prima volta che il colosso tecnologico di Redmond finisce sotto la lente dell’Ue per il suo servizio cloud. Lo scorso maggio il Garante europeo della protezione dei dati (Edps) ha aperto due indagini sull’utilizzo da parte delle istituzioni dell’Ue dei servizi cloud forniti da Amazon e Microsoft.

Tutti i dettagli.

COSA RICHIEDE L’ASSOCIAZIONE EUROPEA CISPE

“Siamo di fronte a una situazione urgente. I fornitori di software monopolistici stanno ancora una volta utilizzando la loro posizione dominante per bloccare i clienti, costringendoli a utilizzare l’infrastruttura cloud che forniscono. Questo abuso delle licenze software significa che altri fornitori di infrastrutture cloud più piccoli non possono competere. Ciò include le aziende cloud europee innovative che venono escluse dal proprio mercato”. È quanto si legge nella missiva di Cispe, riportata per primo da Bloomberg.

VERSO L’APPROVAZIONE DEL DMA

Insieme al Digital Services Act, il Digital Markets Act è sul tavolo della discussione trilaterale tra Commissione, Parlamento e Consiglio europei.

Nel mirino delle regole approvate dagli eurodeputati ci sono le aziende digitali che assumono il ruolo cosiddetto di ‘gatekeeper’, ovvero di controllo dell’accesso ai servizi online da parte dei cittadini, come i social network, i motori di ricerca, i sistemi operativi, i servizi di pubblicità online, i cloud computing e servizi di condivisione di video.

LE AZIENDE INTERESSATE

Gli Stati membri e la Commissione europea hanno sostenuto che il Dma dovrebbe interessare le società con una capitalizzazione di mercato di almeno 65 miliardi di euro. Questa soglia  catturerebbe molto più delle cinque maggiori società tecnologiche statunitensi (Google, Facebook, Amazon, Apple e Microsoft), ciascuna del valore di oltre 1 trilione di dollari.

Per rientrare nel ruolo di gatekeeper, stando al Dma, sarà necessario inoltre essere presenti in almeno tre paesi dell’Ue e avere almeno 45 milioni di utenti finali mensili, oltre a più di 10.000 clienti corporate.

In caso di violazione delle regole, le sanzioni proposte sarebbero “non inferiori al 4% e non superiori al 20%”.

ANCHE MICROSOFT, ORACLE E SAP DOVREBBERO RIENTRARE NELL’AMBITO DEL DMA

Tuttavia, le società cloud europee firmatarie della lettera temono che il linguaggio e gli esempi non siano sufficientemente espliciti da garantire chiarezza giuridica per il loro settore.

Una mancanza di specificità potrebbe anche essere sfruttata da giganti della tecnologia per presentare azioni legali nel tentativo di eludere o ritardare gli obblighi ex ante del Dma.

COSA ERA EMERSO DA UN REPORT COMMISSIONATO DAL CISPE

A rafforzare la loro tesi, le aziende europee membri del Cispe avevano commissionato un report lo scorso ottobre.

Il rapporto, commissionato dal Cispe con il supporto di Cigref, e redatto dal professor Frédéric Jenny, professore emerito presso ESSEC Paris Business School e presidente del Comitato per la concorrenza dell’Ocse, trova indicazioni che attori affermati tra cui Microsoft, Oracle e SAP potrebbero utilizzare comportamenti scorretti pratiche di licenza per limitare la scelta e danneggiare la concorrenza per i servizi di infrastruttura cloud.

In particolare, il rapporto sostiene che Microsoft sfrutta le tattiche di raggruppamento per vincere le gare d’appalto (spesso dopo aver perso inizialmente) offrendo la propria infrastruttura cloud, Azure, gratuitamente con i prossimi rinnovi delle licenze dei prodotti. In questo modo la società di software svolge un’azione di controllo dell’accesso al cloud.

L’INDAGINE DEL GARANTE UE

Infine, se le aziende europee cloud provider temono gli atteggiamenti monopolistici dei colossi tecnologici come Microsoft, c’è chi si interroga anche sulla sicurezza dei dati.

Lo scorso maggio il Garante europeo della protezione dei dati (Edps) ha avviato due indagini sull’uso dei servizi cloud forniti dalle statunitensi Amazon Web Services e Microsoft.

Il Garante europeo della protezione dei dati ha affermato che gli organismi dell’Ue si affidano sempre di più a software e infrastrutture cloud o servizi di piattaforma basati su cloud di grandi fornitori americani. Come Microsoft e Amazon Web Services appunto. Quest’ultimi sono soggetti a una legislazione che consente attività di sorveglianza sproporzionate da parte delle autorità statunitensi. Negli Stati Uniti vige infatti il “Cloud Act” dal 2018. Quest’ultimo può consentire alla giustizia o ai servizi di intelligence americani di accedere in alcuni casi ai dati ospitati al di fuori degli Stati Uniti.

“Sono a conoscenza del fatto che i contratti cloud siano stati firmati all’inizio del 2020 — prima della sentenza sul caso Schrems II — e che sia Amazon sia Microsoft abbiano annunciato nuove misure con l’obiettivo di allineare la loro attività a quanto stabilito. Ciò nonostante, queste potrebbero non risultare sufficienti a garantire una completa conformità con le leggi europee sulla protezione dei dati, da qui la necessità di indagare in modo appropriato” aveva dichiarato Wojciech Wiewiórowski, numero uno dell’Edps.

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