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L'Opinione delle Libertà

I liberali e il voto: intervista ad Adriano Teso

Adriano Teso è un industriale, cofondatore di Ivm, uno dei primi gruppi al mondo a produrre vernici per legno, elastomeri per pelli sintetiche e resine. L’azienda ha fabbriche in nazioni europee e dell’America del Nord, con un impatto ambientale tra i più bassi al mondo. La rete di vendita è attiva in oltre cento Paesi. Teso ricopre le cariche di presidente del gruppo Ivm e di consigliere di Amministrazione di altre società partecipate. Ha anche avuto incarichi dirigenziali in Confindustria, Assolombarda e Federchimica. È stato sottosegretario di Stato per il Lavoro e la Previdenza sociale, oltreché deputato. Ha scritto – con Fabio Cesaro – “L’Abc dell’Economia e della Finanza” (Mondadori). Da decenni promuove la cultura liberale nel tentativo inesausto di creare un contenitore politico esente da liti di cortili e da ingerenze dei grandi partiti. L’ho sentito prevedere la grande crisi finanziaria del 2007-2008 con largo anticipo. Avendo un’etica liberale ha presto rinunciato alle cariche politiche e a quelle in associazioni di categoria. Qui potete leggere i suoi dieci punti per un Governo più liberale e uno Stato post-burocratico.

Ho intervistato Teso perché, nel 1997-98, ho partecipato al suo progetto (condiviso da altri politici e imprenditori) di costruire un “polo laico-liberale”, indipendente dal duopolio destra-sinistra e dai noti vizi nazionali. Non andò bene allora, e oggi siamo di fronte a una situazione simile: i “centristi” si azzuffano tra loro o filano verso i partiti tradizionali. Carlo Calenda e +Europa hanno accettato di far parte della coalizione con il Partito Democratico, ma un minuto dopo Sinistra Italiana e i Verdi si sono dissociati dalla new entry. Gli altri restano divisi e impotenti.

Siamo di nuovo di fronte all’incapacità di fare squadra da parte dei liberal-democratici?

È anche peggio… Anni fa c’era ancora qualche speranza. Oggi ho difficoltà a trovarne.

Come mai continuano a litigare?

Il problema è che in Parlamento e al Governo troppe persone non sono all’altezza: non realizzano un programma su ciò che va fatto, ma sparano boutade sui dentisti gratuiti o nuove tasse patrimoniali… Proposte disarticolate, irrealizzabili, dannose. Le politiche da attuare le abbiamo evidenziate noi 27 anni fa. Sono le dieci proposte sempre sottoscritte dal centrodestra, che le ha già presentate in parte agli elettori, ma mai attuate.

Anche la sinistra ha giocato alle pseudo liberalizzazioni…

“Così fan tutti”, possiamo dire. Molti parlamentari hanno come unico scopo quello di fare qualche favore agli amici di riferimento. Lo dimostrano le oltre 200mila leggi piazzate sulle spalle di una nazione che si deve confrontare con Paesi più efficienti, perché regolati da non più di 10mila leggi. Da ciò deriva una giustizia che arranca e un esercito di avvocati e professionisti pagati per fronteggiare la burocrazia.

Poi ci sono gli ultimi arrivati, Carlo Calenda e Matteo Renzi, che provengono da sinistra ma che bisticciano da sempre, affossando l’idea di avere un’area centrista, per quanto liberal-laburista, ma almeno non legata ai caos-boy neo-sovietici dei Cinque Stelle e non vicina alla sinistra da antiquariato.

Mi preoccupa il fatto che tutti costoro non abbiano un piano di azione strutturato da presentare all’elettorato. Forse faranno in tempo a scrivere i loro cahier de promise, ma temo sia molto poco. Inoltre, Calenda dovrà vedersela sia con ambientalisti che con la sinistra dura e pura.

Se non altro, dovrebbero egoisticamente cercare di restare in Parlamento…

Forse troppi parlamentari cercano di essere eletti solo perché così risolvono il problema di trovare un lavoro ben retribuito. Purtroppo, pochissimi pensano alla politica come a un servizio pubblico per il Paese tutto. Ripeto spesso ciò che potrebbe sembrare un paradosso: in Parlamento e al Governo dovrebbero andare persone che hanno già avuto successo nella vita, grazie alle loro capacità. E che vanno a Roma per mettersi a disposizione degli altri, con senso di responsabilità.

Non sarebbe un ritorno all’aristocrazia?

No, le monarchie assolute e l’aristocrazia gestivano il potere grazie alla loro eredità di sangue, non per merito. Invece, il riferimento va fatto all’origine della parola: Governo dei migliori. Diciamo che un Esecutivo etico dei migliori è preferibile a uno di incapaci. Auspico che ci siano più persone motivate dallo spirito di servizio, ma vedo che si pensa soprattutto allo stipendio. Poi a un parlamentare serve anche una profonda cultura economica, se si pensa che il 90 per cento delle leggi tratta soprattutto di denaro.

Con un debito pubblico esploso a livelli micidiali, per giunta…

In un anno e mezzo abbiamo aggiunto altri 1500 miliardi di debito. Come diceva Margaret Thatcher, il debito pubblico non esiste: sono soldi che il contribuente deve pagare, prima o poi. Non c’è nessuna alternativa a lavorare e produrre ricchezza reale senza accrescere il debito. Chi predica strade alternative è un truffatore.

Ma se alla fine della fiera Renzi e Calenda, con +Europa, i brandelli degli ex Cinque Stelle, Giovanni Toti e altri, si fossero tutti alleati, che chance avrebbero avuto?

Bisognerebbe fare la domanda a un sondaggista. Certamente, non avrebbero avuto il mio favore, che peraltro non so a chi dare. Trovo che tutti i partiti siano di una modestia incredibile. Vediamo chi si presenta e con quali programmi. Al momento l’unica che quantomeno espone un programma e che ha sottoscritto i nostri 10 punti per un Governo migliore è Giorgia Meloni.

Cosa sorprendente, in effetti. Forse è premiata nelle intenzioni di voto, perché ha rimodulato antiche derive stataliste, il collocamento internazionale. E ha qualcosa di diverso dalla patrimoniale sulle eredità e del dentista gratis per gli anziani.

Si tratta di vedere che squadra di Governo riuscirebbe a mettere in piedi. Serve gente competente, che sa di economia e che non va in gita dalle parti di Montecitorio. È difficile trovare persone col profilo giusto e disposte a dare il loro tributo a una causa che rischia di essere persa. Poi si deve ricordare che di questa situazione sono colpevoli anche i cittadini italiani, che di economia e politica sanno poco o niente. E che dimenticano che per vivere bene bisogna lavorare, come si fa da migliaia di anni.

Quindi Meloni non ha politiche economiche stataliste?

Non più di altri. Io non faccio differenze tra liberali, centristi, sinistra e destra. Fausto Bertinotti è un mio caro amico, e quando vado a Roma ci vediamo e parliamo in maniera aperta su ogni argomento. L’importante è sapere che cosa permette all’Italia e agli italiani di stare meglio. In secondo luogo, anche se si ottiene il 60 per cento poi non si può e non si deve fare ciò che conviene a quel 60 per cento, ma ciò che conviene al 100 per cento.

Sennò continuiamo con le corporazioni e i loro partiti di riferimento, vizio antico…

Per questo le mediazioni si devono fare e trovare. I soli da tenere fuori dalla porta di ogni Governo sono i delinquenti. Se l’area “liberale” adotta regole liberali ed efficaci, ci si deve confrontare con tutti, per migliorare le soluzioni individuate senza problemi. Ma i nodi sono quelli che abbiamo individuato. È lì che si deve mettere mano, perché è la sola strada per migliorare, anche se i catastrofisti interessati evocheranno disastri senza dire che sono state le politiche da loro predicate la causa dei problemi. Il liberalismo non è quindi il problema, ma la soluzione. Evitiamo, però, di alzare i muri ideologici. Chiediamo piuttosto: Quale programma hai? Devo però dire che ho letto la bozza del programma di Governo di una delle liste di centro, ma non l’ho mica capita.

Il programma di centrodestra, quindi, può essere utile a tutti e non inutile per tutti?

Il punto è trovare le persone adatte a mettere in pratica le idee. Fino a poco tempo fa, mi vedevo una volta alla settimana con politici competenti in economia e imprenditori. Nessuno diceva “mi metto in gioco”. Per giunta, devono essere persone tra i 45 e i 60 anni ed è molto difficile trovarne. Io faccio parte di chi dice: se volete applicare il programma migliore e avete le persone per farlo, sono a disposizione a dare il mio aiuto, senza chiedere nessun favore personale, sia chiaro.

Parlando del mondo delle imprese, quali sono le misure più urgenti e importanti da prendere?

Il gruppo Ivm compete nei mercati mondiali e ha fabbriche in Europa come in America. L’azienda è solida finanziariamente e ha capitali da investire. Per un gruppo italiano serve la possibilità di concorrere nei mercati con pari possibilità, senza avere sulle spalle il peso di una giustizia civile lenta, della burocrazia e di un carico fiscale che altri non hanno. Ci siamo trovati di fronte a pandemia, guerra e inflazioni. Purtroppo, si è scelto solo di stampare soldi, senza averne le coperture economiche. A fine anno, i risparmi in banca varranno il 10 per cento in meno: che ce li facciano pagare in tasse o in inflazione il risultato non cambia. Di qui a un anno bisognerà produrre ricchezza reale, per produrla bisogna lavorare. Per lavorare bisogna essere competitivi. Per essere competitivi dobbiamo sapere che ci sono nazioni che pagano un lavoratore 2 o 3 euro all’ora. Possiamo comunque farcela, ma sarà faticoso. Io, che ho qualche anno, arrivo in ufficio alle 7,30 di mattino e vi resto fino alle 8 di sera. Ogni mattina cambia qualcosa. Nei giorni scorsi sono saliti i tassi di interesse. Noi abbiamo avuto alcune materie prime aumentate del 200 per cento.

C’è stata la manina di qualche Stato “ostile” nel rialzo dei noli marini e dei carburanti cominciato nel 2021?

In certi porti non si passa più, ma le navi non sono aumentate di prezzo. Dobbiamo solo pensare a produrre bene e senza intoppi. Possiamo farcela ad essere autonomi, regione per regione, per quanto riguarda energia e alimentazione. Con tutto il mare che abbiamo intorno dovremmo valutare la possibilità di turbine sottomarine che sfruttino le maree e le onde. Perché non si fa niente sull’idrogeno e si punta solo sulle auto elettriche? Perché non ci sono governi con una strategia complessiva.

Sull’idrogeno si sono fatti un bel po’ di clamori, tra Enel e la “Strategia nazionale per l’Idrogeno”, poi però è calato il silenzio…

Non abbiamo più grandi strategie industriali in Italia. Fiat è andata via. Montedison è sparita, eppure il futuro è la chimica, che da noi ha solo una connotazione negativa, anche se serve per la farmaceutica, l’alimentazione e praticamente per ogni prodotto.

Nella crisi dei mercati come si inserisce il nuovo conflitto tra Est e Ovest?

Le contese ci sono sempre state. Per questo motivo si deve puntare a governi confederali. Quindi, mirare a mercati condivisi ed economie di scambio. Germania, Svizzera, per parlare di nazioni confinanti, sono delle Confederazioni con poteri centrali limitati. In questo modo, può crescere l’interscambio internazionale e la ricchezza in tutti i contesti mondiali. La pace si ottiene stando bene armati ma commerciando liberamente e da pari, senza monopoli. In Germania le questioni importanti si risolvono con catene di trasmissione veloci, grazie alla sussidiarietà dei Länder. L’Italia ha un sistema regionale da secoli. Perché allora passare da Roma a Bruxelles e da Bruxelles a Roma, invece di agire a livello regionale?

La guerra, in effetti, ci ha fatto se non altro capire che i fondamentali sono sempre gli stessi: i cereali, le fabbriche, l’energia. Poi si può vivere anche di altro, ma non senza i fondamenti dell’economia.

L’80 per cento della liquidità mondiale è in mano a 1200 company, governate forse da 600 persone. Uno ha tutto il diritto di diventare ricco, se produce beni e servizi reali e non perché maneggia soldi degli altri che poi possono sparire. Con i bitcoin sono spariti molti gestori, il denaro reale delle persone. Già il dollaro o l’euro sono una cambiale, figurarsi le monete virtuali. In Italia 3000 miliardi sono finanziarizzati, ricchezza reale che è stata sottratta dal mercato. Abbiamo le tasse più alte e più complicate al mondo. Su noi gravano 250 tasse diverse, incluso il bollo o la patente. Io arrivo al 90 per cento di tassazione. Per questo motivo servono persone oneste e capaci al Governo. E aggiungo: le associazioni di categoria a volte si comportano da corporazioni. Dovrebbero essere invece consulenti tecnici del Governo, nient’altro. Possibile che tra sindacati e Confindustria ci siano 60 contratti diversi, ciascuno di 300 pagine. E con l’associazione di categoria che ti manda in allegato un librettino di altre 30 o 40 pagine nelle quali tentano di spiegarti cosa c’è scritto nel contratto? La nostra azienda ha un contratto di tre pagine, i nostri dipendenti hanno paghe ben superiori a quelle dei contratti nazionali. Non siamo noi a essere gli affamatori dei lavoratori: è interesse comune che l’azienda sia sana, perché così tutti possono trarne beneficio. Non siamo noi liberali quelli che si voltano dall’altra parte di fronte alle categorie più deboli: il salario minimo è una misura necessaria e dovuta, applicata da decenni in altre nazioni.

Cicerone scriveva “gestire male il denaro dello Stato è criminale quanto rubarlo” e “il più alto esercizio della virtù si esercita nel governo della cosa pubblica” (De Republica I).

(*) Andriano Teso con Fabio Cesaro, “L’Abc dell’economia e della finanza”, Mondadori, 128 pagine, 17 euro

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