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Le scarpette rosse non servono a nulla contro la violenza dei maschi sulle donne

Basta rossetto in faccia, scarpette e panchine rosse, colpevolizzazione delle vittime che non denunciano

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Qualche giorno fa il Partito Democratico ha pubblicato sui suoi canali social una card che diceva così: “Basta retorica. Ogni giorno è 25/11. Ogni giorno contro la violenza sulle donne”. A questo punto ci si aspetterebbe delle proposte concrete, delle leggi, delle iniziative, invece nel post  non c’è letteralmente niente se non un generico impegno. Il Partito Democratico è in buona compagna: in occasione della giornata mondiale per il contrasto alla violenza maschile contro le donne, è tutto un susseguirsi di campagne, spot, post e storie che in teoria dovrebbero servire a sensibilizzare sul tema e in pratica sono solo parole che rischiano di essere addirittura controproducenti.

Prendiamo gli spot che in questi giorni stiamo vedendo in televisione: la Rai ne ha programmato uno che invita le donne vittime di violenza a denunciare chiamando il 1522, mentre sulle reti Mediaset sta andando in onda uno spot dell’associazione Doppia Difesa in cui si vede una donna incinta arrivare al pronto soccorso piena di lividi: la dottoressa che la soccorre le chiede cosa sia successo, lei dice di essere caduta – avanguardia pura – ma dopo una carezza e uno sguardo complice, la donna finalmente confessa di essere stata picchiata. A quel punto arriva Michelle Hunziker (che oltre a essere testimonial è anche fondatrice di Doppia Difesa insieme all’avvocata Giulia Bongiorno) che guarda in camera e dice: “Quando per paura diciamo bugie, diventiamo complici del nostro carnefice”.

Prima di andare avanti è doveroso ribadire che chi non denuncia non è complice del proprio carnefice, anzi. Quello dello spot di Doppia Difesa è un caso esemplare di vittimizzazione secondaria o victim blaming, cioè quando alla donna viene imputata la colpa della violenza che ha subito. Ma non è solo questo il problema di quello spot: spesso chi denuncia una violenza, se non adeguatamente protetta, rischia di andare incontro a reazioni terribili: Juana Cecilia Hazana, l’ultima vittima di femminicidio in ordine di tempo, aveva denunciato il proprio assassino prima di essere stuprata e uccisa; stessa sorte è toccata a Vanessa Zappalà, che aveva denunciato il suo ex per stalking e maltrattamenti qualche mese prima di venire uccisa. Secondo la commissione parlamentare sul femminicidio, il 15% delle donne uccise tra il 2017 e il 2018 aveva sporto denuncia contro quello che poi sarebbe diventato il loro assassino; il perché lo spiega un altro rapporto della stessa commissione dei questa estate che denuncia l’impreparazione del personale giudiziario nel raccogliere e trattare i casi di violenza di genere.

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E allora perché nel giorno in cui si ricordano le tante, troppe donne vittime di violenza, si continua a chiedere alle donne di denunciare? La risposta è semplice quanto banale: perché è più comodo. Innanzitutto una donna che denuncia è già vittima, ha già subito violenze fisiche e psicologiche forse per anni, quindi la violenza è già stata commessa e la donna ha già gli strumenti e la forza per denunciare. Ma il punto qui non è farci trovare preparate alla violenza quando avviene, il punto qui è evitare di cadere in una relazione abusante e violenta.

Avete fatto caso poi che la maggior parte delle campagne di questi giorni hanno come protagonista una donna e si rivolgono alle donne?

Eppure il 25 novembre non è una giornata generica contro la violenza, ma quella contro la violenza maschile contro le donne. Il ruolo degli uomini è talmente sottovalutato che l’aggettivo “maschile” scompare da molti degli spot e delle campagne sul 25 novembre.

Lunedì scorso su Repubblica, Fabio Roia, presidente vicario del tribunale di Milano e componente dell’Osservatorio sulla violenza contro le donne, rispondeva così a chi gli chiedeva perché siano soprattutto gli uomini giovani a commettere queste violenze: “I figli della cultura del delitto d’onore continuano a lasciare dietro di sé un modello fondato sul predominio dell’uomo sulla donna”, quindi secondo Roia è nella famiglia e nei modelli negativi che la società trasmette che gli uomini violenti trovano la legittimazione per compiere questi atti criminali. La soluzione secondo Roia sta nell’educazione che deve avvenire fin dai primi anni di vita e che deve coinvolgere gli uomini quanto le donne: “Dobbiamo introdurre […] una materia che insegni a rispettare i coetanei di genere diverso, mettendoci dentro nozioni di psicologia, storia, diritto pubblico delle altre nazioni, ma innanzitutto educazione. Ed è necessario che nelle scuole intervenga personale formato a dovere, un altro vulnus dell’intero sistema di prevenzione della violenza contro le donne”.

Prevenire, dunque, meglio che curare, questo lo sanno anche i bambini ma evidentemente è una lezione che molti adulti tendono a dimenticare. Il perché in questi giorni quasi nessuno ponga l’accento sul problema educativo è presto detto e basta guardare a cosa è accaduto durante il dibattito sul DDL Zan per comprendere come una materia come questa difficilmente approderà nelle nostre classi: era proprio la definizione di “genere” che ha portato all’affossamento definitivo della legge.

Per anni dalle destre estreme ai conservatori moderati, quasi tutto l’arco parlamentare si è espresso contro il “gender nelle scuole”, ovvero proprio quell’educazione all’affettività e al rispetto del diverso che secondo molte persone potrebbe servire a prevenire non solo la violenza contro gay e trans, ma anche contro le donne. Per questo oggi risulta difficile immaginare come possano partire campagne di prevenzione se a livello istituzionale non c’è alcuna volontà di metterle in pratica. Non si può non concordare Valeria Valente, presidente della commissione parlamentare sul femminicidio, quando parla della necessità di una rivoluzione culturale, ma viene da chiedersi come e con quale maggioranza sarà possibile renderla effettiva.

Resta più comodo farsi un segno col rossetto in faccia o mettere delle brutte scarpe rosse in mano agli uomini che impegnarsi seriamente per sradicare il problema.

Per questi motivi, a chi oggi, uomo o donna che sia, sceglierà di pubblicare la solita foto di panchine rosse, lividi e scarpette dico: vi prego, non fatelo. Meglio tacere che dire una cosa superficiale e irrispettosa, meglio stare in silenzio che offendere la memoria di chi non c’è più e la dignità delle donne sopravvissute.

A tutti gli altri e a tutte le altre, specie se ricoprono un ruolo di responsabilità, spetta invece la responsabilità di agire e di farlo in fretta, altrimenti quelle morti peseranno anche sulle loro coscienze.

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Maria Cafagna è nata in Argentina ed è cresciuta in Puglia. È stata analista di TvTalk e oggi lavora come consulte politica e per la televisione. Vive e lavora a Roma.

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